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Victorian Solstice Episodio III: Recensione di Giovanni Cattaneo su Nero Cafe

Posted on January 20, 2014 by nerocafe

Torna la Londra del tardo ‘800, torna l’improbabile coppia di detective Jonas e Jericho, arriva I Figli del Pozzo di Carne, terzo capitolo della saga di Federica Soprani e Vittoria Corelli, Victorian Solstice. Che, coi precedenti episodi, La società degli spiriti e La lega dei gentiluomini rossi, ha regalato due sorprendenti chicche. Eccoci pronti ad affrontare la terza opera, la più complessa, che potrebbe portare tanto a una solida conferma, preludio a una lunga catena di perle, quanto a un deludente calo, preludio a un progressivo inaridimento della spinta iniziale.
Jonas e Jericho si sono uniti. Non in senso fisico, anche se forse uno dei due… no, per ora soltanto in senso strettamente professionale. Il probo ex-poliziotto e l’estroso medium hanno deciso di collaborare. Aprendo un’agenzia investigativa. E il primo caso a loro affidato, ovviamente, è particolare. È scomparso il figlio di due artisti del circo. Da dove iniziare le ricerche? Naturalmente, dall’abisso più profondo. Dagli ultimi degli ultimi, dai reietti, una sorta di corte dei miracoli in salsa British. Una discesa da brividi di terrore. Ma la paura vera non scaturirà da loro, anzi anch’essi vittime. Da qualcuno che va oltre. Oltre il dolore, oltre l’abiezione. Per finire in un pozzo. Un pozzo di carne, ventre metamaterno rovesciato, da dove si entra ma non si esce.
Come previsto, è palese che questa sia la prova del nove. L’esame di maturità, la difficile impresa del confermarsi. Soprani e Corelli tornano all’opera. Fortunatamente il tono torbido, la nebbia di fondo, la cupezza restano. Come confermata è la brillantezza nel creare personaggi così luccicanti, bizzarri, originali ma plausibili. E ovviamente lo scrivere saporito e la creazione delle scene. Però, se si cammina in equilibrio sul confine tra il forte e l’esagerato, tra l’intenso e l’eccessivo, qualche volta si rischia un po’ di incespicare. E, in questo caso, qualche piccola caduta c’è. Qualche extra condimento, oseremmo dire. In un contesto peraltro da brividi. Di paura vera. Che sgorga da un libro come raramente accade. Perché la discesa, la caduta stavolta è davvero all’inferno. Con gustosissime inframmezzature simil-casaVianello in salsa “only man”. Attraverso pagine che, se si superano indenni i piccoli inciampi iniziali, si divorano col fiato sospeso. Penetrando all’interno della mente dell’Uomo Nero. Dove si affollano Loro.
Terza prova superata. Con qualche riserva, dovuta appunto a sporadici, evitabili eccessi, ma senza dubbio superata. Perché la serie di Victorian Solsitce è davvero qualcosa di nuovo, appassionante, gustoso. E mette davvero paura.

(Giovanni Cattaneo)

Published: 3 Febbraio 2014

da Chrysale: Il caldo alito del deserto

“Sto morendo di caldo!”
Chrysale valutò mentalmente che quella era solo la millesima volta che il suo compagno di viaggio erompeva in quell’esclamazione lamentosa.
Dalla venticinquesima egli aveva scelto deliberatamente di ignorarlo, perché conosceva abbastanza Loredan da sapere che, se avesse seguitato a dargli retta e a commiserarlo seppur minimamente, il mago si sarebbe adagiato nel suo consueto vittimismo, portandolo all’esasperazione.
Non che fosse facile esasperare Chrysale…
D’altra parte, benché il caldo fosse effettivamente molto intenso, come del resto era stato per tutta quella prima settimana d’estate, era certo di non doversi preoccupare dell’eventualità che il suo compagno stramazzasse a terra da un momento all’altro.
Con un movimento fluido e aggraziato della mano, Loredan aveva nel frattempo fatto comparire dal nulla un fastoso ventaglio di seta color malva, decorato con nastri e piume variopinte, e se lo andava sventolando con aria stizzita e depressa sotto il naso.
“Se avessi saputo che mi sarei imbattuto in un clima simile, – riprese a lamentarsi – sarei rimasto ad Aruna”.
Chrysale scosse appena le spalle.

 

da Chrysale: Il caldo alito del deserto

Published: 21 Novembre 2013

da Chrysale: I fiori del deserto

“Buongiorno, signore”.
Il capitano della nave alzò gli occhi dal registro sdrucito che stava esaminando e il respiro gli si mozzò in gola.
“Buongiorno…” balbettò a fatica, lisciandosi automaticamente le pieghe del farsetto stazzonato, e spostandosi dalla fronte i capelli unti.
Gli occhi azzurri come il mattino che lo scrutavano sopra il velo rosa sorrisero ed i sonaglietti dorati che scendevano sulla fronte pallida tintinnarono graziosamente.
La donna indossava un’ampia veste di velo color pesca, di quelle comuni tra le genti del Mare di Sabbia: passamanerie ricamate in oro le si stringevano intorno alle caviglie sottili, i calzoni fluenti lasciavano intravedere una generosa porzione dei polpacci ben modellati ed il corpetto ornato di perle e specchietti lasciava indovinare chissà quali altre delizie. Benché gran parte del volto fosse coperta dal velo, il capitano ebbe la certezza che anch’esso fosse all’altezza del resto.
“Cosa posso fare per voi, mia signora?” domandò, cercando di dominarsi.
La voce della donna era calda e vellutata, leggermente velata e proprio per questo ancora più seducente.
“Io e la mia compagna di viaggio ci troviamo in serie ambasce” spiegò e solo allora l’uomo intravide le altre tre figure ferme poco lontano, sulla banchina del porto: altre due donne e un ragazzino.
“È necessario che attraversiamo il lago il prima possibile” continuò la sua interlocutrice.
“Dei predoni hanno assalito la nostra carovana e ucciso il nostro seguito. Come vedete siamo rimaste sole con la nostra ancella e un giovane paggio” disse, indicando il gruppetto.
“Capisco” rispose il capitano, grattandosi il mento.
“Non è prudente per due donne sole viaggiare, di questi tempi… Ma avreste di che pagarmi?”
La fanciulla si portò la mano bianca al corpetto, e fece scivolare fuori un borsellino damascato.
“Non temete” mormorò, mentre egli occhi dell’uomo erano ancora fissi sulla pelle bianca del seno appena intravisto.
“Siamo riuscite a portare con noi qualcosa. E se non dovesse essere sufficiente sull’altra sponda ci attende il promesso sposo di mia cugina con tutto il corteo nuziale”.
Il capitano soppesò il borsellino.
“Nessun problema, mia signora” ghignò poi, mostrando i denti marci.
“Sarà un onore avere voi e vostra cugina sulla mia umile nave. Disponete pure di me come volete”.
La fanciulla abbassò lo sguardo, grata, e saluto l’uomo, prima di tornare dalle sue compagne con la lieta notizia.

da Chrysale: I fiori del deserto

Published: 12 Novembre 2013

da Il posto delle bambole

Erano passati dieci anni dal nostro primo incontro, ed eravamo cambiati entrambi. Eppure un privilegio degli amanti è la capacità di annullare lo scorrere del tempo, di lasciarlo sospeso fuori dalle pareti dell’alcova, lasciandolo fluire per tutti gli altri, ma non per loro. Tutto ciò che è stato e sarà non ha più importanza, ma il momento, diluito e infinite volte bevuto da coppe gemelle, solo quello ha valore. Un lusso speciale, che permette ad ogni incontro amoroso di rinnovarsi, alla passione di divampare come se fosse la prima volta, o l’ultima, sempre. Eravamo cambiati, io ero invecchiato, e quel corpo bianco allacciato al mio si era allungato, era cresciuto, come un albero sulla riva di un ruscello, snello, flessuoso, delicato e forte a un tempo.
Il pallore quasi luminoso della sua carnagione trasmetteva un’illusione di fragilità, come di qualcosa troppo facile da sgualcire, eppure il vigore dell’adolescenza scorreva in quelle membra, che cercavano le mie, bramose, audaci, lasciandomi spesso ansante, sfinito, ancora ardente di desiderio. Era una danza senza artifizi la nostra, un duello alla pari che non conosceva menzogna, sebbene ci separasse un’intera vita, o forse solo la mia, con le mie infinite esperienze consumate e perdute, così diversa e distante dal suo mondo di brezze e pomeriggi quieti.
La freschezza di quel corpo si trasmetteva a me, donandomi una seconda giovinezza, come un balsamo distillato da un generoso alchimista, e io non potevo, non volevo rinunciare a quella tardiva primavera.
Allungai la mano e l’affondai tra i suoi capelli, fini, curiosamente freddi al tatto, come se dell’argento non avessero solo il colore, ma anche la sostanza. Emise un sospiro simile a una risata, una delle sue risate sbuffanti, con le quali ostentava la sua ferma decisione di non prendere nulla sul serio. Forse tuttosommato non eravamo così diversi, lui ed io, ed era solo quell’indole malinconica che andavo sviluppando con l’età a voler dipingere per il mio giovane amante un’infanzia edenica e senza ombre. Un’infanzia vissuta tra le bambole, come una bambola.

da Il posto delle bambole

Published: 6 Novembre 2013

da Anemone rosso

La prima volta fui io a cercarti.
Sfidai la luce del sole, quel giorno, per venire da te, attraverso i sentieri segreti del parco. Avevo assunto l’aspetto di un giovane uomo, ma questo non mi proteggeva dal mio naturale nemico. La mia essenza ardeva, consumandosi in una squisita agonia, e tuttavia più feroce ardeva il desiderio di incontrarti.
Seduto in mezzo al prato sembravi piccolissimo, un fanciullo di carne e sangue schiacciato tra la terra e il cielo. Mi ero avvicinato in silenzio, e per un attimo ero rimasto a torreggiare su di te, che con le dita minute intrecciavi steli di fiori e lingue d’erba. La mia ombra ti avvolse completamente, non l’ombra del giovane mortale che ti sorrideva, ma l’ombra che scorreva in ogni singola fibra del mio essere, la sostanza stessa di cui ero fatto.
Senza una parola avevi allungato la mano verso di me, porgendomi un fiore, un anemone dalla veste scarlatta e dal cuore purpureo. Mi ero lasciato cadere accanto a te. Non ti chiedesti neppure chi io fossi, pago di quell’inaspettata compagnia, così rara, nei tuoi pomeriggi solitari. Il profumo della tua carne mi torturava, dilaniando la mia essenza già messa a dura prova dal sole. Eppure sorridevo. Tu no, ma mi scrutavi con gli occhi limpidi, e deponevi fiori sui miei capelli, sulla mia camicia color sangue. Mi copristi di fiori, come si copre di fiori un amante, o qualcuno che è morto. Ti lasciai fare. Conoscevo la tua genia, e solo per il nome che portavi ti odiavo. Ma mi bastava sapere che avrei potuto far scempio delle tue carni indifese, banchettare con la tua innocenza, dissetarmi col tuo sangue. Mi bastava sapere quanto poco ci sarebbe voluto, per essere appagato. Me ne andai prima che loro ti trovassero, prima che potessero accorgersi che non eri solo. Era per te che ero venuto, solo per te. Mentre mi alzavo per andarmene, la tua mano si sollevò verso di me, le dita si aprirono cercando le mie, intrecciandosi ad esse in un appiglio inaspettato.
“Domani?…” domandasti. Non c’era nella tua voce né una preghiera, né una supplica. Non era il capriccio di un bambino. Nessuna urgenza. Nessuna lamentosa richiesta di indulgenza.
“Presto” risposi, stringendo le tue dita, mentre già avvertivo la mia essenza liberarsi di quelle spoglie anguste, per tornare alla sua sconfinata dimora.

da Anemone rosso

Published: 6 Novembre 2013