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da Chrysale: Il caldo alito del deserto

“Sto morendo di caldo!”
Chrysale valutò mentalmente che quella era solo la millesima volta che il suo compagno di viaggio erompeva in quell’esclamazione lamentosa.
Dalla venticinquesima egli aveva scelto deliberatamente di ignorarlo, perché conosceva abbastanza Loredan da sapere che, se avesse seguitato a dargli retta e a commiserarlo seppur minimamente, il mago si sarebbe adagiato nel suo consueto vittimismo, portandolo all’esasperazione.
Non che fosse facile esasperare Chrysale…
D’altra parte, benché il caldo fosse effettivamente molto intenso, come del resto era stato per tutta quella prima settimana d’estate, era certo di non doversi preoccupare dell’eventualità che il suo compagno stramazzasse a terra da un momento all’altro.
Con un movimento fluido e aggraziato della mano, Loredan aveva nel frattempo fatto comparire dal nulla un fastoso ventaglio di seta color malva, decorato con nastri e piume variopinte, e se lo andava sventolando con aria stizzita e depressa sotto il naso.
“Se avessi saputo che mi sarei imbattuto in un clima simile, – riprese a lamentarsi – sarei rimasto ad Aruna”.
Chrysale scosse appena le spalle.

 

da Chrysale: Il caldo alito del deserto

Published: 21 Novembre 2013

da Chrysale: La Locanda della Spiga d’Oro

“Permettete, signore?”
Chrysale sollevò gli occhi dal proprio gioco di carte, e rivolse uno dei suoi cortesi sorrisi all’uomo che gli stava davanti.
“Sì?”domandò affabile.
L’accoglienza garbata sembrò rinfrancare un poco l’ometto, che, tuttavia, rimaneva sulle spine.
Naturalmente Chrysale aveva registrato la sua presenza nella sala già da un pezzo, così come aveva fatto per tutti gli avventori che, quella sera, cercavano rifugio dalla pioggia scrosciante nella Locanda della Spiga d’oro.
Dell’ometto, nella fattispecie, aveva subito indovinato il disagio, come se si trovasse in un luogo che poco o nulla aveva a che fare con lui.
“Perdonate se ho l’ardire di disturbarvi.”, cominciò.
A dispetto del nervosismo, i suoi modi erano affettati e sussiegosi. Evidentemente proveniva da un ambiente assai diverso da quello della maggior parte degli avventori, per lo più mercanti o avventurieri.
Anche il fatto di restare in piedi, mentre il suo interlocutore era seduto, sembrava risultargli del tutto naturale, e Chrysale ne ebbe la conferma quando, invitatolo a sedere di fronte a lui, ricevette un cortese ma fermo rifiuto.

da Chrysale: La Locanda della Spiga d’Oro

Published: 12 Novembre 2013

da Chrysale: I fiori del deserto

“Buongiorno, signore”.
Il capitano della nave alzò gli occhi dal registro sdrucito che stava esaminando e il respiro gli si mozzò in gola.
“Buongiorno…” balbettò a fatica, lisciandosi automaticamente le pieghe del farsetto stazzonato, e spostandosi dalla fronte i capelli unti.
Gli occhi azzurri come il mattino che lo scrutavano sopra il velo rosa sorrisero ed i sonaglietti dorati che scendevano sulla fronte pallida tintinnarono graziosamente.
La donna indossava un’ampia veste di velo color pesca, di quelle comuni tra le genti del Mare di Sabbia: passamanerie ricamate in oro le si stringevano intorno alle caviglie sottili, i calzoni fluenti lasciavano intravedere una generosa porzione dei polpacci ben modellati ed il corpetto ornato di perle e specchietti lasciava indovinare chissà quali altre delizie. Benché gran parte del volto fosse coperta dal velo, il capitano ebbe la certezza che anch’esso fosse all’altezza del resto.
“Cosa posso fare per voi, mia signora?” domandò, cercando di dominarsi.
La voce della donna era calda e vellutata, leggermente velata e proprio per questo ancora più seducente.
“Io e la mia compagna di viaggio ci troviamo in serie ambasce” spiegò e solo allora l’uomo intravide le altre tre figure ferme poco lontano, sulla banchina del porto: altre due donne e un ragazzino.
“È necessario che attraversiamo il lago il prima possibile” continuò la sua interlocutrice.
“Dei predoni hanno assalito la nostra carovana e ucciso il nostro seguito. Come vedete siamo rimaste sole con la nostra ancella e un giovane paggio” disse, indicando il gruppetto.
“Capisco” rispose il capitano, grattandosi il mento.
“Non è prudente per due donne sole viaggiare, di questi tempi… Ma avreste di che pagarmi?”
La fanciulla si portò la mano bianca al corpetto, e fece scivolare fuori un borsellino damascato.
“Non temete” mormorò, mentre egli occhi dell’uomo erano ancora fissi sulla pelle bianca del seno appena intravisto.
“Siamo riuscite a portare con noi qualcosa. E se non dovesse essere sufficiente sull’altra sponda ci attende il promesso sposo di mia cugina con tutto il corteo nuziale”.
Il capitano soppesò il borsellino.
“Nessun problema, mia signora” ghignò poi, mostrando i denti marci.
“Sarà un onore avere voi e vostra cugina sulla mia umile nave. Disponete pure di me come volete”.
La fanciulla abbassò lo sguardo, grata, e saluto l’uomo, prima di tornare dalle sue compagne con la lieta notizia.

da Chrysale: I fiori del deserto

Published: 12 Novembre 2013

da Anemone rosso

La prima volta fui io a cercarti.
Sfidai la luce del sole, quel giorno, per venire da te, attraverso i sentieri segreti del parco. Avevo assunto l’aspetto di un giovane uomo, ma questo non mi proteggeva dal mio naturale nemico. La mia essenza ardeva, consumandosi in una squisita agonia, e tuttavia più feroce ardeva il desiderio di incontrarti.
Seduto in mezzo al prato sembravi piccolissimo, un fanciullo di carne e sangue schiacciato tra la terra e il cielo. Mi ero avvicinato in silenzio, e per un attimo ero rimasto a torreggiare su di te, che con le dita minute intrecciavi steli di fiori e lingue d’erba. La mia ombra ti avvolse completamente, non l’ombra del giovane mortale che ti sorrideva, ma l’ombra che scorreva in ogni singola fibra del mio essere, la sostanza stessa di cui ero fatto.
Senza una parola avevi allungato la mano verso di me, porgendomi un fiore, un anemone dalla veste scarlatta e dal cuore purpureo. Mi ero lasciato cadere accanto a te. Non ti chiedesti neppure chi io fossi, pago di quell’inaspettata compagnia, così rara, nei tuoi pomeriggi solitari. Il profumo della tua carne mi torturava, dilaniando la mia essenza già messa a dura prova dal sole. Eppure sorridevo. Tu no, ma mi scrutavi con gli occhi limpidi, e deponevi fiori sui miei capelli, sulla mia camicia color sangue. Mi copristi di fiori, come si copre di fiori un amante, o qualcuno che è morto. Ti lasciai fare. Conoscevo la tua genia, e solo per il nome che portavi ti odiavo. Ma mi bastava sapere che avrei potuto far scempio delle tue carni indifese, banchettare con la tua innocenza, dissetarmi col tuo sangue. Mi bastava sapere quanto poco ci sarebbe voluto, per essere appagato. Me ne andai prima che loro ti trovassero, prima che potessero accorgersi che non eri solo. Era per te che ero venuto, solo per te. Mentre mi alzavo per andarmene, la tua mano si sollevò verso di me, le dita si aprirono cercando le mie, intrecciandosi ad esse in un appiglio inaspettato.
“Domani?…” domandasti. Non c’era nella tua voce né una preghiera, né una supplica. Non era il capriccio di un bambino. Nessuna urgenza. Nessuna lamentosa richiesta di indulgenza.
“Presto” risposi, stringendo le tue dita, mentre già avvertivo la mia essenza liberarsi di quelle spoglie anguste, per tornare alla sua sconfinata dimora.

da Anemone rosso

Published: 6 Novembre 2013