da La Rinascita di Hermes

La mano del Cacciatore si mosse meccanicamente verso un lenzuolo che cadeva, pesante di polvere, a celare una statua, e con un gesto lento lo tirò, facendolo scivolare a terra. Trattenne il fiato, mentre la figura gli si rivelava, come un miraggio a lungo vagheggiato, e che ora si faceva pietra davanti ai suoi occhi.
Non si stupì di aver trovato subito, tra tante statue, quella che stava cercando, come avrebbe potuto essere altrimenti? Era una scultura, a grandezza naturale, del dio Hermes, modellata nel marmo con una precisione e un realismo che sfidavano la natura stessa, irridendo i limiti della rappresentazione e dell’arte degli uomini. Quella statua non apparteneva ad un genere o un periodo definibile, trascendeva ogni catalogazione e affiliazione a canoni e definizioni di sorta.
Era la raffigurazione di una divinità fattasi carne e subito mutata in pietra, dalla mano di un artista, o di un mago, o ancora per sua stessa volontà, per beffare gli uomini con la propria superiore bellezza.
La figura esprimeva una grazia e un’armonia che nulla avevano a che fare con l’astratta perfezione neoclassica. Quel corpo di marmo non aveva mai rinunciato a vivere, e a stento l’immobilità della pietra tratteneva l’irrequietezza delle gambe snelle, dei piedi che calzavano i talari, colti sul punto di staccarsi da terra.
La stessa posizione, il modo in cui un braccio abbandonato seguiva languidamente la piega del fianco, mentre l’altro reggeva quasi con indolenza il caducèo, lasciava presagire che quel messaggero divino fosse impaziente di librarsi al più presto lontano dalla sua prigione di pietra e buio.
Il capo era leggermente reclinato all’indietro, il volto scoperto, esposto, e rinnovava quell’impressione di abbandono e languore, da un lato, e insofferenza dall’altro, che sembrava percorrere quella figura come un motivo ricorrente.
Una contraddizione squisita che nemmeno la pietra riusciva a rendere immobile, un essere sospeso tra l’urgenza della carne e il traguardo del cielo, diviso, dolorosamente forse, tra la propria natura corporea e il desiderio di un’elevazione spirituale che trascendesse ogni desiderio e sofferenza del corpo. Il viso rivolto al soffitto buio era quello di un angelo incarnatosi controvoglia, la nobiltà e la purezza dei lineamenti turbata dalla sensualità della bocca troppo grande, dalla curva irriverente delle sopracciglia che tracciavano una piega ironica tra gli occhi ciechi e l’alta fronte.

da La Rinascita di Hermes