Frammenti

da Chrysale: Il caldo alito del deserto

“Sto morendo di caldo!”
Chrysale valutò mentalmente che quella era solo la millesima volta che il suo compagno di viaggio erompeva in quell’esclamazione lamentosa.
Dalla venticinquesima egli aveva scelto deliberatamente di ignorarlo, perché conosceva abbastanza Loredan da sapere che, se avesse seguitato a dargli retta e a commiserarlo seppur minimamente, il mago si sarebbe adagiato nel suo consueto vittimismo, portandolo all’esasperazione.
Non che fosse facile esasperare Chrysale…
D’altra parte, benché il caldo fosse effettivamente molto intenso, come del resto era stato per tutta quella prima settimana d’estate, era certo di non doversi preoccupare dell’eventualità che il suo compagno stramazzasse a terra da un momento all’altro.
Con un movimento fluido e aggraziato della mano, Loredan aveva nel frattempo fatto comparire dal nulla un fastoso ventaglio di seta color malva, decorato con nastri e piume variopinte, e se lo andava sventolando con aria stizzita e depressa sotto il naso.
“Se avessi saputo che mi sarei imbattuto in un clima simile, – riprese a lamentarsi – sarei rimasto ad Aruna”.
Chrysale scosse appena le spalle.

 

da Chrysale: Il caldo alito del deserto

Published: 21 novembre 2013

da Il Bacio del mullo

Aveva seguito la ragazza dall’uscita del locale. L’aveva scelta fra tante. Non c’era una ragione precisa. Non era più bella delle altre. Il modo in cui ballava non era più seducente, la sua risata non era più conturbante. Era solo una donna che tornava a casa, nella notte, sotto la pioggia, dopo una serata con le amiche. Una donna sfortunata.
«Buonasera.»
Il saluto la colse mentre frugava nella borsetta, cercando le chiavi. Il taxi che l’aveva accompagnata era già ripartito. Alzò lo sguardo sorpresa, spaventata. Aveva gli occhi di una creatura braccata, pieni di paura e di pioggia. Ma quando vide il volto dell’uomo l’emozione che provò non fu del tutto sgradevole. Lui incurvò le labbra generose godendo della meraviglia che vedeva in quegli occhi, del piacere inaspettato che li rendeva lucidi, languidi, senza che lei avesse ancora potuto formulare un pensiero razionale. La pioggia scrosciava su entrambi, racchiudendoli in una prigione acquorea, ma la ragazza sembrava non rendersene più conto.
«Ti stai bagnando» suggerì l’uomo. Non era esatto. Era già fradicia, i capelli che avevano perso ogni piega e le colavano intorno al volto e sulle spalle come rivoli di catrame, la pelle delle braccia e delle gambe lasciate nude dal vestito succinto percorsa da ghirlande di brividi.

da Il Bacio del mullo

Published: 13 novembre 2013

da Chrysale: La Locanda della Spiga d’Oro

“Permettete, signore?”
Chrysale sollevò gli occhi dal proprio gioco di carte, e rivolse uno dei suoi cortesi sorrisi all’uomo che gli stava davanti.
“Sì?”domandò affabile.
L’accoglienza garbata sembrò rinfrancare un poco l’ometto, che, tuttavia, rimaneva sulle spine.
Naturalmente Chrysale aveva registrato la sua presenza nella sala già da un pezzo, così come aveva fatto per tutti gli avventori che, quella sera, cercavano rifugio dalla pioggia scrosciante nella Locanda della Spiga d’oro.
Dell’ometto, nella fattispecie, aveva subito indovinato il disagio, come se si trovasse in un luogo che poco o nulla aveva a che fare con lui.
“Perdonate se ho l’ardire di disturbarvi.”, cominciò.
A dispetto del nervosismo, i suoi modi erano affettati e sussiegosi. Evidentemente proveniva da un ambiente assai diverso da quello della maggior parte degli avventori, per lo più mercanti o avventurieri.
Anche il fatto di restare in piedi, mentre il suo interlocutore era seduto, sembrava risultargli del tutto naturale, e Chrysale ne ebbe la conferma quando, invitatolo a sedere di fronte a lui, ricevette un cortese ma fermo rifiuto.

da Chrysale: La Locanda della Spiga d’Oro

Published: 12 novembre 2013

da Chrysale: I fiori del deserto

“Buongiorno, signore”.
Il capitano della nave alzò gli occhi dal registro sdrucito che stava esaminando e il respiro gli si mozzò in gola.
“Buongiorno…” balbettò a fatica, lisciandosi automaticamente le pieghe del farsetto stazzonato, e spostandosi dalla fronte i capelli unti.
Gli occhi azzurri come il mattino che lo scrutavano sopra il velo rosa sorrisero ed i sonaglietti dorati che scendevano sulla fronte pallida tintinnarono graziosamente.
La donna indossava un’ampia veste di velo color pesca, di quelle comuni tra le genti del Mare di Sabbia: passamanerie ricamate in oro le si stringevano intorno alle caviglie sottili, i calzoni fluenti lasciavano intravedere una generosa porzione dei polpacci ben modellati ed il corpetto ornato di perle e specchietti lasciava indovinare chissà quali altre delizie. Benché gran parte del volto fosse coperta dal velo, il capitano ebbe la certezza che anch’esso fosse all’altezza del resto.
“Cosa posso fare per voi, mia signora?” domandò, cercando di dominarsi.
La voce della donna era calda e vellutata, leggermente velata e proprio per questo ancora più seducente.
“Io e la mia compagna di viaggio ci troviamo in serie ambasce” spiegò e solo allora l’uomo intravide le altre tre figure ferme poco lontano, sulla banchina del porto: altre due donne e un ragazzino.
“È necessario che attraversiamo il lago il prima possibile” continuò la sua interlocutrice.
“Dei predoni hanno assalito la nostra carovana e ucciso il nostro seguito. Come vedete siamo rimaste sole con la nostra ancella e un giovane paggio” disse, indicando il gruppetto.
“Capisco” rispose il capitano, grattandosi il mento.
“Non è prudente per due donne sole viaggiare, di questi tempi… Ma avreste di che pagarmi?”
La fanciulla si portò la mano bianca al corpetto, e fece scivolare fuori un borsellino damascato.
“Non temete” mormorò, mentre egli occhi dell’uomo erano ancora fissi sulla pelle bianca del seno appena intravisto.
“Siamo riuscite a portare con noi qualcosa. E se non dovesse essere sufficiente sull’altra sponda ci attende il promesso sposo di mia cugina con tutto il corteo nuziale”.
Il capitano soppesò il borsellino.
“Nessun problema, mia signora” ghignò poi, mostrando i denti marci.
“Sarà un onore avere voi e vostra cugina sulla mia umile nave. Disponete pure di me come volete”.
La fanciulla abbassò lo sguardo, grata, e saluto l’uomo, prima di tornare dalle sue compagne con la lieta notizia.

da Chrysale: I fiori del deserto

Published: 12 novembre 2013

da La Rinascita di Hermes

La mano del Cacciatore si mosse meccanicamente verso un lenzuolo che cadeva, pesante di polvere, a celare una statua, e con un gesto lento lo tirò, facendolo scivolare a terra. Trattenne il fiato, mentre la figura gli si rivelava, come un miraggio a lungo vagheggiato, e che ora si faceva pietra davanti ai suoi occhi.
Non si stupì di aver trovato subito, tra tante statue, quella che stava cercando, come avrebbe potuto essere altrimenti? Era una scultura, a grandezza naturale, del dio Hermes, modellata nel marmo con una precisione e un realismo che sfidavano la natura stessa, irridendo i limiti della rappresentazione e dell’arte degli uomini. Quella statua non apparteneva ad un genere o un periodo definibile, trascendeva ogni catalogazione e affiliazione a canoni e definizioni di sorta.
Era la raffigurazione di una divinità fattasi carne e subito mutata in pietra, dalla mano di un artista, o di un mago, o ancora per sua stessa volontà, per beffare gli uomini con la propria superiore bellezza.
La figura esprimeva una grazia e un’armonia che nulla avevano a che fare con l’astratta perfezione neoclassica. Quel corpo di marmo non aveva mai rinunciato a vivere, e a stento l’immobilità della pietra tratteneva l’irrequietezza delle gambe snelle, dei piedi che calzavano i talari, colti sul punto di staccarsi da terra.
La stessa posizione, il modo in cui un braccio abbandonato seguiva languidamente la piega del fianco, mentre l’altro reggeva quasi con indolenza il caducèo, lasciava presagire che quel messaggero divino fosse impaziente di librarsi al più presto lontano dalla sua prigione di pietra e buio.
Il capo era leggermente reclinato all’indietro, il volto scoperto, esposto, e rinnovava quell’impressione di abbandono e languore, da un lato, e insofferenza dall’altro, che sembrava percorrere quella figura come un motivo ricorrente.
Una contraddizione squisita che nemmeno la pietra riusciva a rendere immobile, un essere sospeso tra l’urgenza della carne e il traguardo del cielo, diviso, dolorosamente forse, tra la propria natura corporea e il desiderio di un’elevazione spirituale che trascendesse ogni desiderio e sofferenza del corpo. Il viso rivolto al soffitto buio era quello di un angelo incarnatosi controvoglia, la nobiltà e la purezza dei lineamenti turbata dalla sensualità della bocca troppo grande, dalla curva irriverente delle sopracciglia che tracciavano una piega ironica tra gli occhi ciechi e l’alta fronte.

da La Rinascita di Hermes

Published: 8 novembre 2013